Ensiferum – “Ensiferum” (2001)

Artist: Ensiferum
Title: Ensiferum
Label: Spinefarm Records
Year: 2001
Genre: Melodic Black/Folk Metal
Country: Finlandia

Tracklist:
1. “Intro”
2. “Hero In A Dream”
3. “Token Of Time”
4. “Guardians Of Fate”
5. “Old Man (Väinämöinen)”
6. “Little Dreamer (Väinämöinen II)”
7. “Abandoned”
8. “Windrider”
9. “Treacherous Gods”
10. “Eternal Wait”
11. “Battle Song”
12. “Goblins’ Dance”

La nomea di paese dei balocchi affibbiata alla Finlandia da parte dei metallari, per quanto ovviamente ingigantita dal complesso d’inferiorità che questi ultimi hanno sempre avuto nei confronti dello zeitgeist culturale successivo all’età dell’oro ottantiana, non può ad ogni modo essere derubricata a banale luogo comune. La presenza di growling, screaming e chitarre ad alto gain all’interno del sistema-spettacolo finlandese è cosa nota anche al di fuori dei confini nazionali, tanto da aver prodotto meteore dal successo inversamente proporzionale alla propria consistenza, con in testa a cotale armata dagli scudi di cartapesta i Lordi trionfanti all’Eurovision Song Contest vent’anni precisi or sono. Al netto però di simili storture figlie di pasoliniane ingerenze per mano dell’industria dell’intrattenimento, la conquista del mainstream operata dall’Heavy Metal nella cosiddetta Terra dei Mille Laghi ha comunque dimostrato nel tempo una notevole quanto duratura genuinità, tanto che è possibile tracciarne una cronologia la quale fa risalire l’exploit delle sonorità più dure ad un momento preciso, sito al volgere del Nuovo Millennio. Tra ’99 e ’01, infatti, gli imprenditori discografici di Helsinki hanno davvero di che essere felici: il Rock gotico di HIM e The 69 Eyes sta mandando in tilt gli ormoni di legioni di ragazzine, il Power Metal dei veterani Stratovarius e dei bambini-prodigio Nightwish sta coniugando la ricerca sinfonica all’intuito per il ritornello da classifica; ed in maniera analoga l’incendiario mix di Black, Death, e Power neoclassico à la Malmsteen piazzato a tradimento dai Children Of Bodom ne sta facendo acquistare copie a gente che mai aveva (o avrebbe altrimenti) speso soldi per un disco con le vocals urlate. Scendendo poi ai piani bassi dell’infrastruttura, il ridotto reach mediatico non corrisponde certo ad una minore funzionalità dell’ingranaggio, dal momento che è la stessa Spinefarm Records a reinvestire i proventi delle prime fatiche di Alexi Laiho e Tuomas Holopainen per foraggiare le scorribande dei parenti Darkwoods My Betrothed (“Witch-Hunts”), ma anche di Barathrum e Thy Serpent – il cui condottiero Sami Tenetz è peraltro proprio il curatore della ferruginosa suddivisione borchiata Spikefarm, aspide in seno del vivaio estremo con epicentro Helsinki dove si sta affermando, tra gli altri, il talento di mr. Henri “Trollhorn” Sorvali; uno capace nel solo 2001 di buttare giù non meno di tre album presto leggendari, tra Finntroll e Moonsorrow, ed intanto diventare, a suon di collaborazioni e ospitate, una figura cardine di questo ben oliato ecosistema circolare dove persino una comitiva di debuttanti può avere tutto l’appoggio strumentale ed editoriale del caso.

Il logo della band

Va comunque specificato, specie per chi non l’ha vissuto in diretta, che gli Ensiferum di allora meritano il maggior supporto possibile non tanto per la fortunata provenienza, ma perché il tris di demo fatti circolare sul finire dei Novanta (e poi rilegati insieme nel 2005 in un’interessante compilation autoprodotta esclusivamente su compact-disc) lascia trasparire un organico incredibilmente deciso sulla visionaria direzione da prendere. Le registrazioni in questione non sono affatto il solito coacervo di slancio amatoriale, ed anzi con l’affinarsi dell’esperienza raggiungono un livello di pulizia e maturità compositiva tale da conferire il giusto risalto a ciò che è veramente al centro delle attenzioni dell’act, ovvero il senso di epica trainato da cori e melodie ficcanti, grezze ma dirette al punto. Transitando così dalla Svezia di Thyrfing e Månegarm ma soprattutto Mithotyn, Viking e Folk Metal si stavano spostando ad est per divenire qualcosa di parecchio divergente rispetto alle radici norvegesi, se si escludono i Windir, ridotto nelle divagazione acustiche così come nel retaggio blackish: traguardo al termine di questa corsa è proprio il tipico, pagano sense-of-wonder finnico di cui già beneficiano Moonsorrow, Finntroll, gli Shaman (di lì a poco trasformatisi in Korpiklaani) e svariate altre formazioni dal più o meno radioso avvenire, e che gli Ensiferum intendono rimodellare a misura della muscolare foga sword and sorcery che il loro belligerante monicker latino promette. Contagiato dalla convinzione del quartetto, lo stesso Henri Sorvali sale quindi a bordo per prestare in questa singola occasione i suoi tasti bianchi e neri al servizio della crociata allora amministrata da Markus Toivonen e Jari Mäenpää, la quale a sua volta non tarda ad inserirsi in un’ulteriore ondata di collettivi biancoblù non necessariamente legati al Black o al Folk in senso stretto ma che traggono piuttosto spunto prima dalle peripezie più legate al nero di “Skydancer”, “The Mind’s Eye” e soprattutto “Lunar Strain”, e poi dal culmine della parabola bodomiana incarnato da “Follow The Reaper” ma mischiata al fantastico di “The Power Cosmic” ed “Atlantis Ascendant”; che ne incorporano così le suggestioni Melodeath e Power Metal piegandole frattanto a tematiche etene ed atmosfere annerite ricche di magia finno-baltica (ispirata tanto dal Kalevala quanto da sprazzi di “The Karelian Isthmus” e frammenti di “Tales From The Thousand Lakes”, anche musicalmente), alla cui riuscita fondamentali sono proprio le keyboards dietro le quali vi è giust’appunto bisogno di un autentico fuoriclasse addetto ad occuparsene. I ranghi si vanno formando: i Kalmah sono da poco usciti col pregevole esordio, mentre ancora meno manca alla discesa in campo dei Norther capeggiati dal futuro, risolutivo commilitone Petri Lindroos; ed è allora con l’enfatico incedere di queste produzioni che in Finlandia si spiana la strada verso l’ennesima rivoluzione.

La band

Difficile tuttavia credere che il fascino di “Ensiferum”, come pure quello del menzionato “Swamplord”, di “Dreams Of Endless War” e persino del “Devs Iratvs” firmato dagli altri, decisamente meno fortunati ma non meno meritevoli cugini Arthemesia, sarebbe rimasto inalterato senza la parimenti eccezionale scuola finlandese di sound engineering la quale tra Tico-Tico, Finnvox e mille altre isole felici di produzione di splendido rumore, si era adunata entro gli in apparenza tranquilli confini della Terra dei Mille Laghi. Ancora tutto sommato fresco di “Midnattens Widunder” (e con tanto di “Jaktens Tid” pronto a seguire nel medesimo 2001), il Tuomo Valtonen già in cabina di regia con gli a quel punto distanti piccoli classici di Demilich e Darkwoods My Betrothed mette in scena un muro di suono tirato a lucido su tutte le frequenze, calibrato dal cristallino mastering dell’altro nume tutelare delle plance finniche, Mika Jussila, in modo da risultare in qualche modo morbido ed accattivante, lasciando così esclusivamente all’energia dei singoli brani il compito di monopolizzare l’attenzione di chi ascolta. L’incendiaria scarica di adrenalina intitolata “Hero In A Dream”, completa pure della sognante introduzione sentita sull’eponimo demo a suon di un allora ancora inedito kantele su simili coordinate, dopo la quale far deflagrare il travolgente lead portante, non si fa in tal senso pregare e funge da tellurica prefazione al mondo e all’epos del Portatore di Spada: le forsennate ritmiche di Oliver Fokin sono un volo d’aquila sulle foreste finlandesi, stavolta popolate non da fameliche creature rintanate negli angoli di buio ma da eroi senza macchia figli della tradizione metallica di Manowar, Virgin Steele e Manilla Road, come delle velocità di Metallica e Judas Priest. La luminosità dei paesaggi, la giubilante rabbia vitale espressa tramite la narrazione di tali gesta trovano naturale corrispettivo nella velocità e nel testosterone di questa lucente opener, al cui roccioso canovaccio Epic/Power di matrice teutonica oltretutto gli Ensiferum aggiungono prima l’estro vocale di Jari Mäenpää nelle strofe pulite e one-man choirs di “Guardians Of Fate”, e poi il ventaglio di opzioni tra calde pause acustiche e sferzanti blast-beat sfoderato nel corso dell’entusiasmante “Windrider”.
L’attenzione dei quattro nei riguardi di una composizione vincente, magari articolata su coppie di episodi tra loro legati travalicando così i confini del singolo brano, esce però del tutto fuori nelle due “Väinämöinen”, anch’esse recuperate dai demo, rimesse a nuove ed elette a cuore pulsante del full-length grazie al loro dipanarsi sorprendente, pregno sì di adrenalina ma pure del sapore malinconico che il metallo di Finlandia da qui in poi si porterà sempre dietro anche nelle sue manifestazioni meno gloomy; le tastiere di Sorvali sono stavolta l’ingrediente principale, magari non in primo piano come d’abitudine altrove o quanto le onnipresenti melodie di chitarra eppure quintessenzialmente presenti nella costruzione di quelle atmosfere cinematografiche già allora sinonimo del polistrumentista nordico.
Non è tuttavia necessario apporre una numerazione nel titolo per creare piccole epopee degne di paragone col trionfo della futura saga dell’Heathen Throne, tanto che non in una ma in ben due occasioni la band gioca di puro contrasto, creando così in scaletta degli ideali dittici assemblati col criterio Prog di una vera e propria suite: le delicate note a chiusura della medesima “Little Dreamer” sfociano nell’incipit Black Metal e furioso di “Abandoned”, tormenta la quale a sua volta trasforma quella furia nel calore necessario per una semi-ballad coronata da un’altra sentita prova al microfono di Mäenpää, e di pari passo la tensione andata spettacolarmente montando lungo “Treacherous Gods”: altra lezione su come sfruttare le keyboards senza mai trasformare un brano Metal in un jingle pubblicitario, che si libera nell’aria insieme all’ammaliante ritornello boreale di una “Eternal Wait”, probabile summa della drammatica enfasi escapista di sempiterna antichità che gli Ensiferum degli anni Duemila trasmettevano qualunque cosa facessero non appena si accendevano gli amplificatori.

Volendo a tutti i costi trovare il marcio in un platter dalla varietà, forza ma soprattutto qualità semplicemente eccelsa come l’ad oggi venticinquenne debutto della truppa ancora di stanza ad Helsinki, forse è proprio dopo la magnifica catarsi incarnata dalla “Eternal Wait” che “Ensiferum” si concede un atterraggio centrato benché leggermente brusco, alternando una “Battle Song” (un piccolo classico nonché un inno dal canto suo, ma che col senno di poi impallidisce di fronte alla gemella presente sull’album successivo) ad una “Goblins’ Dance” (etichettata come bonus track nonostante la presenza su ogni stampa dell’album) in cui la formazione azzarda qualcosa di simile al mix di Black Metal, humppa e cori avvinazzati specialità coeva nelle bonus degli stessi Finntroll, senza però avere un grammo della scanzonata anarchia necessaria per risultare altrettanto credibili. In ossequio alle categorie di apollineo e dionisiaco, risulta qui evidente come gli Ensiferum ricadano nella prima, al contrario della sanguinaria creatura guidata dal loro special guest, e lo dimostra appunto la sapienza con la quale riff Hard & Heavy, ambizioni progressive nel songwriting e retroterra folkloristico esplicitato al meglio nell’energica “Token Of Time” riescono a coesistere nell’intero arco dei primi, seriamente immacolati dieci pezzi.
La misurata solennità che traspare infatti dallo sguardo del Väinämöinen pronto a sbarcare, mascotte disegnata da nientemeno che Kristian “Necrolord” Wåhlin prima di diventare tragicamente un fumetto nelle omologate mani del mestierante Gyula Havancsák, riflette una coscienza collettiva e nazional-romantica già ben delineata e condivisa dai musicisti in causa, i quali da qui in poi hanno come obiettivo non raggiungere o togliere elementi alla formula ma lavorare di cesello sull’infinito ventaglio di possibilità che essa offre; passando indenni se non addirittura fortificati dalla perdita di metà dell’organico e continuando la scalata alla leggenda fino all’ascesi del protagonista (o narratore?) di queste storie al purpureo empireo sulla copertina del sottostimato “Unsung Heroes”, una decina d’anni più tardi. La genesi del mito risale ad ogni modo al 2001, e l’ampiezza di sensazioni, immagini e scenari che codesta inedita forma di metallo pagano ha finito col creare in Finlandia così come altrove, specie qui in Italia e specie all’epoca di avvicinamento al genere da parte di una nuova generazione di appassionati sopravvissuta a Fosch Fest, pubblico con corno e kilt e release via via più scadenti, è da sola un monumento alla scuola creata dal favoloso lascito di Markus Toivonen e i suoi compagni d’avventura, di ieri e di oggi.

Michele “Ordog” Finelli

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